Cuore nero – Silvia Avallone

Casa editrice: Rizzoli


Genere: romanzo


Anno di prima pubblicazione: 2024


Numero di pagine: 356


Non avevo mai letto un libro della Avallone prima di questo, e ne ero stata messa anche “in guardia” per la crudità e nitidezza dello stile. Effettivamente la scrittura è così, netta e incisiva ma anche ricca di alcune frasi e parti di una poetica tutta sua, della quale lascio un esempio in basso.

La storia narra di Emilia, ragazza con un passato oscuro, appunto “nero”, che le impone diversi anni in carcere a scontare la pena del suo reato. Il racconto comincia, però, dall’inizio della sua seconda vita, uscita dal carcere; decide di trasferirsi e vivere da sola in un paesello di montagna, con tre abitanti e nemmeno la strada carrabile per raggiungerlo. Questa dimensione un po’ sperduta, in mezzo alla natura e alla sua durezza (il freddo, la solitudine, il silenzio), riesce a enfatizzare ancora di più la storia di Emilia.

Il racconto si alterna tra la voce narrante di Emilia e quella del compagno che frequenta, Bruno, abitante di Sassaia. Entrambi portano sulle spalle il peso del lutto e l’aver confinato vicino all’idea della propria morte. Condividono quindi l’aver conosciuto le profondità dell’animo che in altre vite, più lineari, non si riescono così facilmente a toccare.

Oltre alla storia in sé e all’articolazione della trama, che alterna flashback e cambi di voce narrante ben amalgamati, mi è piaciuta anche la visione umana della scrittrice che emerge dal racconto. In particolare, l’idea che non siamo e non dobbiamo essere bollati per un fatto della nostra vita, che sia subìto o agìto, ma siamo molto di più. Un insieme di variabili, di momenti, di fasi della vita molto personali in percorsi da non paragonare mai. Mi è piaciuto questo invito alla sospensione del giudizio, in una società che tende a incasellare le persone e che esclude spesso sulla base di meri fatti che non sono altro che briciole di una persona intera.

“Il paradosso era questo: che l’evento principale della sua vita lei non lo poteva pensare. Nè ricordare, nè raccontare, né niente. Doveva fingere che non fosse accaduto. Eppure lo sentiva: inamovibile, compatto all’altezza del cuore. Come un grumo rappreso di buio, un pezzo di grafite appuntito. E pericoloso, pure. Mortale, come un tumore quiescente, un proiettile inesploso. Se lo doveva tenere, prestando attenzione a non smuoverlo troppo, a non stuzzicarlo. Perché se si apriva, se esplodeva, il nero l’avrebbe invasa ovunque, fino alla paralisi.”

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